Una fiaba dolce e tenera nella quale i due innamorati sono rappresentati da una sinuosa fonte d’acqua ed un nobile cervo.
Nel fitto del bosco della vita, due anime adulte e consapevoli, si incontrano e superando mille difficoltà coronano il loro sogno d’amore e condivisione a lungo desiderato.
Buona lettura!
C’era una volta,
una sorgente d’acqua cristallina che scorreva placida in una valle.
Alberi, fiori, animali, tutta la vita di quel luogo era nutrita dalla sorgente che con il suo tocco gentile dissetava ogni creatura la sfiorasse.
Da dove provenisse la fonte d’acqua nessuno lo sapeva, ella donava, questo era il suo compito e nel dono trovava la sua ragione d’essere ed assieme ad essa la sua pace.
Un giorno però la sorgente iniziò a sentirsi sola, vedeva la vita crescere lungo le sue sponde, i semi trasformarsi in alberi, i boccioli in fiori, l’erba verde in spighe d’oro e poi i chicchi che da esse cadevano, dormire nella terra nera per tornare, dopo mesi, sotto forma di germogli, eternandosi.
Tutto le apparteneva perché ne era fautrice ma nulla rispondeva al suo richiamo più intimo, ad un riconoscimento che le desse conto della sua vera natura.
‘Chi sono io? – si chiedeva.
Io che canto d’acqua cristallina e di nutrimento, io che reco gioia e quiete, io che rifletto il cielo e le stelle… tutti mi vedono ma nessuno mi guarda davvero.’
E così a tutti coloro che si avvicinavano a lei per abbeverarsi prese a fare la stessa domanda.
“Buongiorno, cavallo”
“Buongiorno, Fonte! Bevi pure la mia acqua e dopo averlo fatto, dimmi, chi sono io?”
Il cavallo bevve e dopo essersi dissetato guardò l’acqua che scorreva allegra e canterina.
“Sei una creatura maestosa dal folto crine lucente, hai lunghe zampe ed occhi neri e profondi.”
“Grazie, cavallo.”
La fonte sapeva che quel che il cavallo aveva descritto non era altro che il suo riflesso e non gliene faceva una colpa. Aveva imparato infatti che gli altri tendono a vedere in noi solo quel che desiderano per se stessi o, più semplicemente, quel che gli somiglia e finiscono col tempo per perdere la capacità di scorgere davvero quel che hanno di fronte trovandosi così immersi in un mondo di specchi.
Un mondo triste ed effimero perché abitato da una stessa immagine ripetuta all’ infinito.
“Salve Biancospino, ti sei risvegliato puntuale anche quest’anno!”
“Eh già, fonte, è di nuovo primavera…” disse il cespuglio stiracchiandosi.
“Hai sete, non è così? Bevi pure e poi dimmi: chi sono io?”
Anche il biancospino bevve e poi disse : “Facile, sei centinaia di stelle bianche che pendono perlacee da decine di braccia ossute, ti muovi col vento di marzo che scuotendoti capriccioso sparge petali ai tuoi piedi, sei indubbiamente bellissima!”
“Grazie, Biancospino.”
E così ancora ed ancora finché la fonte, stanca di chiedere quel che nessuno era in grado di dirle finì col tacere e ritirarsi nel suo mondo acquoso.
Un giorno passò di lì un cervo che stremato da un lungo viaggio si avvicinò all’ acqua guardandola come fosse un miraggio.
“Da tempo ti cercavo…” le disse.
La fonte non rispose.
“Concedimi di bere dalle tue sponde ed in cambio ti racconterò la mia storia.”
Era raro che qualcuno le chiedesse il permesso di avvicinarsi a lei, tutti si comportavano come se la sua acqua gli fosse dovuta; così la fonte confusa restò muta e permise solo a qualche goccia di bagnare il muso del cervo, una fresca carezza che l’animale colse come un assenso.
Dunque si avvicinò e si dissetò.
“Provengo da un luogo molto lontano…” disse quando si riprese.
“Oltre quella montagna esisteva una valle che non aveva paragone per bellezza, verdeggiante e pacifica, lì vivevo e con me il mio cuore e quanto ho di più sacro, le mie radici.
Un lago ci nutriva tutti, permetteva ai campi di fiorire, agli alberi di fruttificare ma come sai tutto si prosciuga se non viene alimentato ed il nostro specchio d’acqua ha finito col restringersi sempre di più fino a scomparire.”
La Sorgente ascoltava e intanto osservava con attenzione il Cervo: le magnifiche ramificazioni che si estendevano sulla sua testa sembravano una corona, le zampe flessuose ed il suo portamento erano eleganti e sebbene sofferente ogni sua movenza conservava una dignità composta che mai aveva osservato in un’altra creatura.
“Guardami, sono ormai l’ombra di me stesso, non speravo più di incontrarti. Sai dirmi cos’ è accaduto al lago della mia valle? Cosa l’ha spinto a svanire?”
La Sorgente che da molto tempo non proferiva parola rispose titubante affermando che no, non ne sapeva nulla e spiegò che esistono misteri che sfuggono alla comprensione di chiunque.
“Misteri – aggiunse con la sua voce più dolce – che hanno a che vedere con leggi invisibili, scritte nel cuore della terra, su rocce irraggiungibili persino dal rivolo più esile d’acqua.”
“Tu mi parli di questi misteri come gli umani parlano dell’amore!” – disse il cervo.
“Proprio così – replicò la fonte- io sono fatta della stessa sostanza dell’amore: senza acqua non c’è vita, così come senza amore.”
Il Cervo annuì.
“Ora che ti sei dissetato e prima di riprendere il tuo viaggio, ho una domanda da farti, dimmi, nobile Cervo, chi sono io?”
Il Cervo si avvicinò alla Fonte, così tanto da poterla quasi sfiorare e poi disse:
“Tu sei la mutevole essenza di ogni cosa, l’intangibile miracolo della vita che si rinnova, sei il flusso di milioni di gocce, innumerevole eppure una, rifletti tutto e ti mostri solo a chi sa guardare oltre se stesso.”
La Sorgente tremò appena, erano queste le parole che attendeva da tempo ed il Cervo era la creatura che aveva infine saputo guardare oltre l’apparenza del riflesso d’acqua.
“Tu hai saputo farlo, – disse – hai guardato oltre te stesso, mi hai vista e per questo ora io ti appartengo.”
La Sorgente pronunciò con gioia queste parole credendo ormai di aver incontrato un’anima affine ma il Cervo si rabbuiò non appena le udì.
“Tu menti!” tuonò.
“Come potresti essere mia se tutti qui partecipano della tua grazia? Non è mia ogni tua goccia dunque come potresti appartenermi? Mai, non del tutto. Continuerò il mio viaggio e cercherò un nuovo lago che fermo, senza il tuo scorrere sempre nuovo, goccia a goccia potrò conoscere ed amare.”
E scappò via senza voltarsi.
Passò del tempo e la Fonte senza il suo Cervo diveniva sempre più triste. Il suo dolore non poteva restare muto, confinato nella luminosa trasparenza nella quale continuava a fluire e per la prima volta avendo certezza di chi realmente fosse e per quale scopo aveva percorso chilometri di buio sottoterra solo per sgorgare limpida in superficie, per congiungersi cioè a chi l’aveva riconosciuta, chiese aiuto a coloro che la contornavano.
Lei che sempre aveva dato, sperava in cuor suo di ricevere soccorso.
Gli alberi, i fiori e gli animali che senza di lei non avrebbero potuto crescere tanto rigogliosi e forti decisero quindi di aiutarla per ringraziarla della sua generosità.
Con l’aiuto del vento lasciarono cadere migliaia di piccoli rami e petali e steli che sommandosi lungo il corso dell’acqua, sotto la supervisione degli animali della valle, crearono una sorta di diga che virava l’acqua portandola nel letto spoglio del lago del Cervo, il cuore della sua adorata valle.
Non tutta certo, solo una parte, in modo che il restante flusso potesse continuare a nutrire tutte le piante e gli animali che avevano imparato anch’ essi ad amare la Fonte, riconoscendola oltre il riflesso di se stessi che ella mostrava loro.
Ci fu altro tempo da attendere finché un giorno il Cervo, tornato nei luoghi che gli appartenevano, convinto di trovarli privi di vita e con il peso di un amore impossibile che gli gravava sul cuore, fu sorpreso dal rigoglio che trovò ad attenderlo.
Corse verso il lago e specchiandosi in esso riconobbe la Fonte.
“Sei tu! – esclamò – Quale prodigio è mai questo?”
“Cervo, mio amore, tu mi hai riconosciuta e facendolo mi hai liberata dall’ incantesimo di cui ero vittima, il credermi nata per essere gioia solo per gli altri e non per me stessa.
Non posso donarti ogni mia goccia perché così tradirei la mia natura ma puoi conoscere ogni riflesso delle gocce di questo lago e nel verde di questa valle che ho riportato alla vita per te, possiamo, insieme vivere con gioia i soli e le lune che verranno.”
“Ebbene, ora comprendo, mia adorata Fonte, l’amore è condivisione, uno scorrere incessante che non si può arrestare, il rinnovarsi continuo nel dare e nell’ avere. Per questo ti accolgo e so che il lago che sei, è anche fonte e ruscello che scorre. Sarò paziente come tu lo sei stata con me attendendomi e riportando in vita quel che credevo perduto per sempre.
‘Innumerevole eppure una’, così ti dissi. Oggi sono pronto ad accoglierti in questo moltiplicarsi che è l’amore e sono grato a quel momento in cui riflettendomi nelle tue acque io ho trovato te ed al contempo il mio cuore.”
E fu così che da allora il Cervo e la Fonte vissero avvinti in un abbraccio d’acqua e di gioia senza fine.